La riappropriazione del sale

di Maria Antonietta Alessandri

Il furto del sale come «accomodamento»

Le esperienze raccolte intorno ad eventi riguardanti le pratiche del furto del sale conducono a parlare di tale evento al plurale, perché diversi sono i soggetti che lo mettono in atto, differenti sono anche i soggetti che tentano di contenerlo e frenarlo e di porre ad esso dei confini morali anche attraverso azioni con finalità educative. Ugualmente se da un lato agli occhi dell’Istituzione dei Monopoli di Stato l’atto appare sempre come un accaparramento “indebito” di tale materia prima, dall’altro differenti, sono, per coloro che lo realizzavano, le ragioni e le percezioni e i significati che accompagnavano tale pratica.

Durante gli incontri con le persone nel corso della ricerca, gli accadimenti, le considerazioni e i ricordi dei furti del sale mi venivano raccontati solo se suggeriti; era possibile cogliere una sorta di “rimosso collettivo” che si incarnava nei singoli testimoni, soprattutto in coloro che avevano avuto un’esperienza diretta nella salina a conduzione “artigianale”, mentre coloro che avevano avuto esperienze indirette perché figli di salinari o ancora di più perché impiegati in diverse e specifiche  mansioni nella salina ”industriale”, esprimevano una narrazione  molto breve, che trattava il tema in modo sommario: da un lato c’erano i Monopoli dello Stato con tutta la loro architettura di controllo versus l’evento stesso del furto, le cui conseguenze erano presentate come la possibile esautorazione dal ruolo di conduttore della salina e l’eventuale inciampo in sanzioni amministrative pecuniarie che però non erano ben meglio specificate, dall’altro vi erano i salinari, che con paura si attenevano alle regole stabilite.

A questo proposito vale la pena citare l’architettura dello Stato che fungeva da controllo, costituita originariamente da caselli1I guardiani controllavano i salinari all’uscita dalle saline per evitare furti e contrabbando del sale. In origine i caselli erano tredici, oggi ne restano solo cinque., postazioni di sorveglianza collocate sulle principali vie di accesso alle saline e supplita successivamente dopo l’Unità d’Italia dalla presenza dei Finanzieri Italiani collocati in garitte, sparse lungo il perimetro delle saline.

Le saline nella storia, con la sequela dei proprietari: Ravenna, Venezia, la Camera Apostolica, il Regno d’Italia, e infine, con il Regio Decreto del 1912, con il quale si diede avvio ad un processo di passaggio delle proprietà dei fondi saliferi allo Stato, i Monopoli dello Stato italiano, che dal punto di vista della comunità locale sono sempre stati considerati “altri” ed “estranei.”

In questo contesto il dispiegarsi di eventi di furti e “prelevamenti” del sale. evidenziati dall’etnografia in riferimento all’ultimo periodo della forma produttiva della salina a regime «artigianale» e sotto l’esclusivo dominio del Monopolio dello Stato italiano, ritengo possano essere letti come momenti di crisi delle norme sociali imposte dallo Stato stesso sulla comunità cervese; espressione di frizioni che caratterizzavano la struttura dell’assetto organizzativo, produttivo e sociale della realtà salinara, le quali trovavano un loro accomodamento in pratiche di furto o “sottrazioni” di sale ripetute ed estese a più soggetti.

Il furto appare, a nostro vedere, come un “aggiustamento dialettico” locale fra le parti in gioco, la realtà cervese da una parte e quella padronale e direzionale dall’altra, un’espressione di un “conflitto endemico” sociale intorno all’elemento “sale” inteso nella sua complessità, ovvero come realtà produttiva e sociale configurata.

Seguendo questo ragionamento è mia intenzione, con il ricorso all’etnografia, evidenziare come la pratica del furto, così estesa e data per assodata dai miei interlocutori e che si concretizzava in piccoli “prelievi” del sale che il salinaro faceva dal mucchio del sale della salina coltivata per evitarne l’acquisto o per rifornire chi a sua volta lo vendeva, era accettata dai rappresentanti dello Stato e regolata da pratiche di dazio. Il dazio o la «dazione» va intesa come modo di estinzione delle obbligazioni, per cui il debitore, d’accordo con il creditore, compie una prestazione diversa da quella dovuta, una modalità interna che regolava il passaggio del sale dai finanzieri ad altri soggetti, e che assumeva una connotazione concreta di situazione in situazione.

Contadini e salinari, per prendere del sale, dovevano dare della merce o offrire prestazioni.

Il sale, che era oggetto di ruberia da parte della popolazione contadina che abitava tutte le zone limitrofe, era utilizzato per la conservazione della carne, in particolare quella del maiale. Inoltre atti di ladreria erano compiuti da tutti i soggetti che operavano nella salina, anche dai bambini che venivano utilizzati dagli adulti a questo scopo. Come vedremo, persino gli stessi controllori non erano del tutto estranei a tale pratica.

Vale a questo proposito procedere con la lettura dei brani etnografici attraverso le parole di Maria Pia Alessi, nata l’otto febbraio del 1935, che a lungo ha lavorato nella salina, e di Massimo Medri, nato nel 1951, che ha trascorso la sua infanzia a contatto con il mondo salinaro.

M.A2Legenda M.A.= Maria Antonietta Alessandri M.P.A. = Maria Pia Alessi: Senti Maria Pia ti è mai successo di aver saputo di qualche episodio di furto di sale in salina?

M.P.A.: Oh tutti andavano a portar via la sera, la notte tutto all’aperto; c’erano i finanzieri che giravano però riuscivano sempre. Più Pisignano e Castiglione che portavano via ma anche quelli della Pinarella. Tutti portavano via il sale, tutti erano onesti, però lo portavano via tutti. Invece di andare dai tabacchi a prenderlo perché lo vendevano dai tabacchi …c’era un tabacco lì di fronte alla farmacia che adesso hanno chiuso dei Bedeschi, c’era Gigin con l’Afra che vendevano il sale in un bel contenitore una bella bilancia, bella di vetro, era una bambina però mi ricordo, quella lì mi è rimasta impressa [Alessi Maria Pia, 22 giugno 2016].

M.A: Mi racconta della sua esperienza del mondo salinaro?

M.M.: …adesso io  sono particolarmente affezionato perché io che ero piccolissimo mio nonno mi usava per raschiare il fondo delle burchielle, rubare fra virgolette, il sale rimasto quando tornavano dal  deposito del magazzino del sale tornavano nella …in via Bova dove c’era lo slargo e lì venivano, aspettavano il successivo carico però rimaneva questo sale e noi bambini che, perché c’era tutto il cordone attorno dei finanzieri che ovviamente badavano come si diceva allora le saline, oltre i guardiani e questo rappresentava  ovviamente un rischio perché se ti prendevano ovviamente eri accusato di furto, quindi facevamo queste operazioni… [Medri Massimo, 29 ottobre 2015]

Economia morale del furto del sale

È utile ai fini della nostra analisi interrogarsi sul senso e sul significato che, dal punto di vista di chi lavorava in salina, assumeva il “furto” del sale e domandarsi: prendere una piccola parte di sale era considerato un furto da parte di chi lavorava in salina?

Tale pratica connette in primo luogo due percezioni inestricabilmente intrecciate fra loro, una inerente al valore del sale e l’altra relativa al prelievo del sale inteso come “vizio”.

Il prelievo del sale era considerato come un “vizio” del salinaro, più che una vera trasgressione della Legge. Tale considerazione si lega alla prossimità quotidiana con esso, al fatto che il sale prelevato dal mucchio di sale fosse stato prodotto dallo stesso salinaro, e infine al basso costo a cui veniva venduto.

Il sale era lì, valeva poco, piccoli prelievi non erano un furto!

Lo stesso mancato furto è dovuto più alla presenza di un controllo e alla paura per le sanzioni conseguenti a tale atto che a una convinzione certa che tale azione non si dovesse fare.

Ma lasciamo che sia Silvano Giunchi, nato il nove aprile 1923, salinaro, a parlarci.

S.G.: Sì, ma non era un furto!

Perché, il sale che furto era?

Andare solamente a prenderlo, eppure ce ne erano di quelli che ne portavano a casa! Io non ho mai portato a casa neanche un etto di sale, neanche un etto! Abitavo qui eh! Mai portato a casa, mai portato a casa il sale per la paura! Perché no no…tanto per quello che costava, magari alle volte me lo portavano i miei amici, quelli che lavoravano lì con me, ma io non l’ho mai portato a casa, invece ho conosciuto dei miei amici … una volta uno che aveva il vizio di portare a casa il sale si chiamava …veniva da una strada delle saline, aveva la bicicletta però aveva riempito di sale il manubrio, quando è stato a metà strada si è piegata la ruota, si è piegata la ruota pensi un pò! “Moh e mi Signór!” Ha dovuto ha dovuto buttare via il sale tutto. Eppure era uno che non ne aveva bisogno, non ne aveva bisogno però lo facevano tutti i salinai, portavano a casa un po’ di sale per non andarlo a comprare, io non lo portavo a casa neanche per non andarlo a comprare, mai mai mai! Almeno se mi crede [Giunchi Silvano, 29 ottobre 2015].

Nella prima parte di questo testo ho esposto come la pratica del furto coinvolgesse più persone con ruoli differenti.

I contadini rientravano fra coloro che prendevano il sale; tale azione di prelievo era compensata dalla consegna di merce ai finanzieri.

Ancora una volta lasciamo che sia Silvano Giunchi a chiarirci questo aspetto.

MA: Silvano, lei se lo ricorda nelle saline quando c’erano le guardie che controllavano il sale?

S.G.: Sì!

MA: Se lo ricorda se c’erano dei tentativi di furti? Racconti un po’…

S.G.: Tentativi di furto ci sono sempre stati, è inutile andare a rivangare queste cose qui perché anche i finanzieri, anche loro erano messi come gli altri, magari dicevano con i finanzieri: “Ti porto un po’ di…, una gallina, perché allora i contadini facevano così, andavano a prendere un po’ di sale, il sale non costava niente, cosa costava il sale? Però loro per avere il sale davano queste cose qui, e difatti che dopo loro magari potevano prendere; io parlavo con un mio amico che faceva la guardia come ha detto lei, diceva “Io ero nella garitta e venivano di lì e dicevano: ”Dovrei prendere un po’ di sale per …però però posso darle questa qui?”, “Metti lì, metti lì” dicevano e prendevano [Giunchi Silvano, 29 ottobre 2015].

La pratica del furto intercetta invece la pratica dello scambio quando coinvolge salinari e contadini, come possiamo leggere nel brano seguente, dove Mario Fucci, nato a Cervia nel 1937, figlio di un salinaro, parla del nonno anch’egli salinaro soprannominato Fis-cion.

M.F.: …comunque il sale il nonno lo  prendeva per fare baratto, per fare lo scambio, in quel momento vigeva veramente l’economia del baratto, infatti il nonno il sale lo portava in campagna perché lo scambiava con delle uova, fagioli, patate, del formaggio; portava a casa sempre delle forme di  formaggio di pecora, ne portava a casa diverse e la mamma lo faceva in parte stagionare mettendolo su in alto sulla credenza, che poi non c’era il formaggio, la forma, la grana, ma si grattugiava il pane il formaggio  di pecora che era quello stagionato. A volte portava a casa anche un po’ di pane, un po’ di farina, oppure del pane bianco che il pane bianco era un pane bianchissimo e profumatissimo. Evidentemente la sensazione, queste sensazioni erano dovute al fatto che mangiavamo pane nero razionato e spesso sapeva di muffa e quando si spezzava dentro trovavamo anche qualche vermiciattolo che naturalmente si buttava via [Fucci Mario, 22 giugno 2016].

La garitta della Guardia di Finanza dove i militari si appostavano per controllare le saline
La garitta della Guardia di Finanza dove i militari si appostavano per controllare le saline

Il furto come pratica di un’economia informale

Il furto non era solo una pratica sottoposta alle regole del dazio fra finanzieri e altri soggetti e ad azioni di di scambio fra salinari e contadini, ma costituiva anche una pratica avente il fine di lucrare sulla vendita del sale. È il caso dell’attività svolta da alcuni salinari che consisteva nell’inganno sul peso del sale all’atto della vendita. Ancora una volta è Silvano Giunchi ad illustrarci quanto accadeva.

MA: Lei ha lavorato quando ancora le saline erano artigianali e il sale veniva venduto, il prezzo a cui veniva venduto, era un prezzo giusto?

S.G.: Questo non lo so perché …però per dire l’esempio venivano i camion a caricare il sale e noi facevamo i sacchi e loro prendevano i sacchi, prendevano un tanto a sacco ma non so quanto pagassero, ma anche lì c’è stata la truffa perché chi pesava il sale invece di pesare un quintale ne pesava un quintale e dieci, un quintale e venti, e poi quando arrivavano al posto dove arrivava il camion dicevano: “Abbiamo dato questo qui” e gli davano i soldi. Fra l’altro dei nostri amici che lavoravano con noi l’hanno fatto, li abbiamo scoperti e poi dopo han dovuto smettere perché prendevamo la colpa tutti pensi un po’. Una volta con un mio amico in vespa abbiamo seguito un camion fino alle Marche, sì perché vedevamo uno che era salito nel camion ed era quello che pesava! E allora quando siamo arrivati là ci siamo presentati dov’è che hanno scaricato il sale e abbiamo detto: “Noi siamo di Cervia”; “Ah ma l’abbiamo già pagato” han detto, a quello che era salito sul camion, “Pensi un po’!” [Giunchi Silvano, 29 ottobre 2015].

In questo caso ci troviamo di fronte ad azioni ripetute di furti realizzati sotto forma di “truffa” ad opera di alcuni salinari, commessi a danno della Direzione della Salina e degli stessi salinari per procurarsi un illecito profitto.

Tale frode sul peso del sale svolta da pochi metteva a rischio la considerazione dei salinari, i quali temendo di essere stigmatizzati  reagiscono cercando di frenarla.


Il furto «messo in scena»

Nell’ultimo brano etnografico che analizziamo viene narrato un evento in cui si dà corso alla rappresentazione di un furto e delle sue possibili conseguenze da parte di un salinaro, padre di Mario Fucci, e di una guardia, allo scopo di educare il bambino.

Sarà Mario Fucci a raccontarci tale evento, drammatico per lui, ed estremamente interessante per la nostra analisi.

M.F.: Ricordo le guardie sempre con il fucile in spalla. A proposito del sacchetto di sale mi è venuto in mente che, quando il babbo aveva la salina, per evitare il varco ho chiesto alla mamma che mi facesse un sacchetto, un sacchettino di sale, perché anch’io volevo portare a casa il mio sale; il giorno dopo infatti prima di venire a casa riempii di sale il sacchetto di sale, e malèt3E malèt. Sacchetto di tela che si riempiva di sale che il salinaro nascondeva sotto la giacca o dentro i pantaloni per portar via un po’ di sale. Poteva contenere al massimo due etti di sale., e me lo nascosi dentro i pantaloncini di tela corti, poi in bicicletta seguii il babbo all’uscita che per il babbo era il casello della Bova, solamente che man mano che mi avvicinavo al casello sentivo che il cuore mi batteva sempre più forte, finalmente arriviamo al casello, il babbo passa il casello, quindi io mi tranquillizzo, però mentre lo sto passando anch’io la guardia mi ferma, mi guarda e mi fa: “So che rubi il sale e quindi adesso vieni con me in caserma”. A quel punto mi sono messo a piangere, un pianto a dirotto e seguii la guardia con il babbo in caserma. La caserma era un fabbricato, era l’unico fabbricato in mezzo alle saline, che si stagliava in mezzo alle saline ma per me nella mia fantasia di bambino era un fabbricato pauroso, tetro, pieno di misteri, come piena di misteri era anche la chiesetta che sorgeva lì, lì accanto. Si diceva che nelle notti di luna piena si vedessero i fantasmi e si udissero i loro lamenti. Arrivammo finalmente alla caserma, entrammo, mi fecero sedere, poi la guardia e il babbo si allontanarono, ma con mia grande sorpresa ritornò subito la guardia con dei biscotti, dopo rientrò il babbo, aprì la sua borsa, tirò fuori tutto quello che era necessario per fare barba e capelli perché il babbo faceva nel tempo libero anche il barbiere. Allora capii che mi avevano fatto uno scherzo, uno scherzo di cattivo gusto, comunque da quel giorno il sacchetto rimase sempre a casa e il sale per quanto mi riguardava è rimasto sempre in salina [Fucci Mario, 22 giugno 2016].

Il brano evidenzia un rapporto fra salinaro e guardia in cui il finanziere è colui che esercita il potere dell’istituzione ma lo gestisce secondo una relazione che è prossima al mondo in cui  lui vive, quello dei salinari. Se ne desume una relazione fra queste due figure che poteva giungere anche ad un livello di stretta complicità, anche se si svolgeva sempre nel rispetto delle regole e dei ruoli.

Ne possiamo trarre che l’economia del furto, di cui è simbolo il sacchettino portato dai salinari sotto i pantaloni, denominato e malèt, è accettata e accompagnata, nel caso che stiamo esaminando, dalla volontà di educare il bambino a limitarla. La sottrazione del sale, come abbiamo evidenziato precedentemente, poteva non essere punita, se l’autore del “furto” offriva qualcosa in cambio, cioè merce o prestazioni, nello specifico il taglio dei capelli e della barba: dunque una pratica del “dare” si poneva come compensazione all’atto di “prendere” il sale.


Considerazioni conclusive

L’organizzazione della realtà produttiva del sale prevedeva che il sale prodotto al suo interno avesse un’unica modalità di uscita: la pesatura e l’immissione nel mercato.

L’aver preso in esame la pratica del furto ci ha permesso di capire che parallelamente a un’economia del sale ufficiale dei Monopoli dello Stato italiano, agiva sottotraccia un’economia del furto che coinvolgeva diversi soggetti che non sempre lavoravano in salina. Essa interessava i salinari, i finanzieri, i contadini e le genti delle zone limitrofe ed era sicuramente un’economia povera.

Da quanto emerge dall’etnografia, tale pratica era tollerata dai rappresentanti locali dei Monopoli dello Stato, anche se cercavano di limitarla e di governarla. Era infatti la figura del Finanziere a dirigere l’atto del prelievo, consentendolo solo ad una condizione ricorrente che richiama all’istituzione del dazio, regolata di volta in volta sulla qualità e la quantità del dare. Essa costituiva una conditio sine qua non dei prelievi del sale fatti dai contadini e dai salinari conformemente con la situazione asimmetrica in termini di potere fra costoro e i finanzieri.

Quando invece questa caratteristica di economia del dazio non può essere rintracciata, allora il furto assume le caratteristiche di un «dramma sociale» che «si manifesta innanzitutto come rottura di una norma, come infrazione di una regola della morale, della Legge, del costume o dell’etichetta in qualche circostanza pubblica» (Turner V., 1986, pp. 171-172). È il caso dell’inganno sul peso del sale al momento della vendita, che si pone come un’infrazione della Legge.

Nella prima parte di questo lavoro ho ipotizzato un’interpretazione della pratica del furto del sale come un «accomodamento» all’interno del mondo salinaro fra due parti in gioco: lo Stato da un lato e la comunità cervese dall’altro, esautorata nel corso della storia4Almeno fino alla nascita della nuova Società “Parco della Salina di Cervia s.r.l.” costituita l’otto dicembre 2002 per volontà di un gruppo di enti locali che ne sono diventati soci fondatori.da qualsiasi ruolo decisionale e direttivo in merito alla gestione dell’organizzazione produttiva del sale che al contrario era un bene locale.

Tragica fu nel 1959 la chiusura della salina «artigianale» dovuta alla scarsa redditività causata da diversi fattori, la quale ha portato alla perdita di tutto ciò che faceva parte del mondo dei salinari, dal loro patrimonio esperienziale alle loro usanze e modi di vivere.

Tornando a come possa essere interpretato il furto del sale, ritengo che l’analisi etnografica abbia evidenziato come piccoli prelievi del sale anche quotidiani fossero tollerati, anche se si cercava di contenerli. Inoltre la considerazione da parte dei salinari che il prendere del sale non potesse essere considerato un furto, unita al fatto che le azioni di furto erano accompagnate da un’economia del dazio, del dare una compensazione da parte di coloro che erano controllati a coloro che controllavano, ci portano a considerare tale pratica non tanto come ruberia a danno di qualcuno, quanto piuttosto come un  «aggiustamento» a vantaggio di tutti, ma che aveva certamente anche lo scopo di evitare l’acuirsi di tensioni sociali all’interno del mondo produttivo e sociale della salina.


Legenda

M.A.= Maria Antonietta Alessandri
M.P.A. = Maria Pia Alessi, testimonianza rilasciata il 22 giugno 2016
G.S. = Silvano Giunchi, testimonianza rilasciata il 29 ottobre 2015
M.M. = Massimo Medri, testimonianza rilasciata il 14 luglio 2016
F.M. = Mario Fucci, testimonianza rilasciata il 22 giugno 2016

 

Riferimenti bibliografici

Bourdieu Pierre, Le capital social: notes provisoires, in «Actes de la recherche en Science Sociales», 31
Medri S., Marzelli, E., 2007, Storia e cultura di una civiltà salinara, C.F.P. ENGIM, Ravenna
Prodi Paolo, 2009, Settimo, non rubare. Furto e mercato nella storia dell’Occidente, Il Mulino, Bologna
Turner Victor, Dal Rito al teatro, 1986, Il Mulino, Bologna

Note

  • 1
    I guardiani controllavano i salinari all’uscita dalle saline per evitare furti e contrabbando del sale. In origine i caselli erano tredici, oggi ne restano solo cinque.
  • 2
    Legenda M.A.= Maria Antonietta Alessandri M.P.A. = Maria Pia Alessi
  • 3
    E malèt. Sacchetto di tela che si riempiva di sale che il salinaro nascondeva sotto la giacca o dentro i pantaloni per portar via un po’ di sale. Poteva contenere al massimo due etti di sale.
  • 4
    Almeno fino alla nascita della nuova Società “Parco della Salina di Cervia s.r.l.” costituita l’otto dicembre 2002 per volontà di un gruppo di enti locali che ne sono diventati soci fondatori.