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“Frontiere Indigene della civiltà” di Darcy Ribeiro

Uno dei più importanti studi dedicato agli Indios brasiliani viene ripubblicato

 

Un testo classico per lo studio delle popolazioni indigene, scritto dall’antropologo brasiliano Darcy Ribeiro, viene riproposto da Jaca Book con una nuova introduzione di Filippo Lenzi Grillini, ricercatore del Centro Ricerche EtnoAntropologiche e professore di Antropologia dell’America Latina all’Università di Siena.
Il volume pubblicato la prima volta nel 1970, rappresenta un ambizioso tentativo di restituire al lettore un quadro generale approfondito dei rapporti fra Indios e non-indios in Brasile, e allo stesso tempo denuncia i processi di oppressione che gli indigeni hanno subito nel corso della storia.
L’antropologo brasiliano, analizzando una formidabile quantità di dati, fornisce strumenti metodologici e teorici utili per comprendere l’impatto dei cambiamenti socio-culturali sulle comunità indigene.
Filippo Lenzi Grillini, nell’introduzione, ricontestualizza questo ambizioso studio nel quadro delle relazioni contemporanee fra popolazioni indigene e società nazionale.

La recensione de “Le Monde Diplomatique – Il Manifesto”

Con le seguenti parole “Le Monde Diplomatique – Il Manifesto” (Marzo 2017, p.23) ha recensito il volume:

“É un pugno nello stomaco questo lavoro dell’antropologo Darcy Ribeiro, riproposto ora da Jaca Book con nuova introduzione di Filippo Lenzi Grillini. Frontiere indigene illustra un decennio di ricerche sul campo nelle zone dell’Amazzonia brasiliana. La riflessione – un lavoro scientifico e anche di denuncia, pregnante e innovativo – verte sul rapporto tra popolazioni native e società nazionale. Descrive le tappe della «integrazione» nel Brasile indigeno del secolo XX, le coercizioni etniche, il reclutamento coatto, l’incorporazione dei nativi nelle forze lavorative… Lo studio arriva fino agli anni ’60 (la prima edizione è del ’71), ma i suoi insegnamenti rimangono attualissimi. In quegli anni, la colonizzazione interna avanza, armata di fucili e bacilli. I nativi vengono decimati dagli attacchi armati o dalle malattie, o sedotti dal paternalismo dei «pacificatori» dello Spi, il Servizio di protezione degli indigeni di cui anche Ribeiro fa parte. Lo Spi nasce nel 1910 per volontà del maresciallo Candido Rondon, il cui motto per «pacificare» i nativi era: «Morire se necessario, uccidere mai». Nel libro vengono descritte le fasi del percorso: attrarre gli indigeni, promuovere programmi educativi per «emanciparli» anche insegnando loro i lavori agricoli, e infine renderli «stabili» in un apposito quadro di leggi fondiarie.

Con l’organo indigenista federale, l’antropologo (1922-1997) inizia a lavorare nel 1947, e svolgerà diversi incarichi istituzionali fino all’arrivo della dittatura. I dati analizzati da Ribeiro in questo volume, sono stati raccolti anche nell’ambito di un progetto dell’Unesco che, alla fine della Seconda guerra mondiale, pose fra i suoi obiettivi principali quello di indagare sulle cause del razzismo. Costretto all’esilio a metà degli anni ’60, l’antropologo si recherà in Cile – dove accompagnerà il governo di Salvador Allende – e poi in Perù e in Venezuela. Ribeiro ha la lucidità di evidenziare dall’interno anche i limiti delle visioni progressiste dell’epoca, mostrando, in prospettiva storica, la lenta agonia delle comunità tribali, decimate dalle epidemie e dagli sforzi per adattarsi a un modo di produzione che avanza inesorabile come uno schiacciasassi: «soggiogate e disorganizzate mediante l’imposizione della convivenza pacifica, della restrizione del territorio tribale, della sottomissione etnica e degli effetti causati dalle malattie». Portati fuori dalla selva con l’astuzia e con la forza, popoli alteri e vigorosi vengono ridotti a spettri, oppure «assimilati» allo stile di vita e alla struttura economica della società nazionale: come consumatori, come produttori o come riserva di manodopera. Gli strumenti nuovi creano necessità che, per essere soddisfatte, impongono relazioni di subordinazione con i colonizzatori che hanno portato quegli strumenti. «A che servono tanta farina e vestiti se moriamo a causa delle malattie che avete portato?», chiede il capo degli indigeni Umotìna ai «pacificatori» e minaccia di farla finita con il personale dello Spi. La macchina, però, già allora è ben più potente e meno identificabile nelle vesti del predatore di turno o in quello del singolo «pacificatore»: «Benché essi lo ignorino – scrive l’antropologo – il più potente determinante del loro destino è oggi la Borsa di New York, o la pace e la guerra di alcuni stati lontani. La quotazione della gomma, della castagna e di altri prodotti della foresta fa avanzare o retrocedere ondate di cercatori di gomma e di cercatori di castagne che stanno sloggiando le tribù…». E quando i cercatori di gomma scoprono un filone aurifero sul limitare della foresta dove una tribù è solita accamparsi nei mesi estivi per cacciare animali selvatici, vietano loro l’accesso a quel terreno: perché «da una stagione all’altra si è riempito di capanne e abitanti, vestiti e armati di pistole, occupati a scavare enormi buche per ricavarne ghiaia e con essa sporcare l’acqua dei canali».

E però, nonostante tutto, le popolazioni che non sono state sterminate, non si sono assimilate, anzi: pur attraverso modificazioni interne, hanno mantenuto una propria identità etnica differenziata, continuando ad «autoidentificarsi orgogliosamente come indigene». Un dato che si conferma anche oggi, come evidenzia Lenzi Grillini nell’introduzione: Ribeiro parla di 143 etnie, con una popolazione stimata fra le 68.100 e le 99.700 unità che corrispondeva allo 0,2% della popolazione in quegli anni. Secondo l’ultimo censimento brasiliano, del 2010, i nativi sono 817.963, equivalenti allo 0,44 della popolazione brasiliana e suddivisi in 247 popoli. L’entità del genocidio appare comunque evidente già allora. Nel saggio iniziale, Viviano Domenici ne riassume le cifre. Tra il 1900 e il 1967, nel passaggio dalla condizione di isolamento a quella di integrazione, vennero sterminati 87 gruppi indigeni: 4 tribù esistenti su 10. «Prevalendo le stesse condizioni – dice Ribeiro – 57 degli attuali 143 gruppi esistenti scompariranno da qui alla fine del secolo». Previsione ancora ottimistica – aggiunge Domenici – perché l’antropologo non poteva sapere dei programmi di sfruttamento intensivo imposti all’Amazzonia in questi ultimissimi anni. Una devastazione accelerata dopo il golpe istituzionale contro Dilma Rousseff, che ha ulteriormente spalancato la strada ai grandi gruppi dell’agro-business, al furto delle terre e alle privatizzazioni delle risorse”.

Geraldina Colotti
“Le Monde Diplomatique – Il Manifesto”,
Marzo, 2017, p. 23.
https://ilmanifesto.it/edizione-pdf/le-monde-diplomatique/

Il Libro

FRONTIERE INDIGENE DELLA CIVILTÀ

Darcy Ribeiro 
Jaca Book, Milano, 2017,

http://www.jacabook.it/ricerca/schedalibro.asp?idlibro=4145

pp. 366, ISBN:  978-88-16-41391-7

Disponibile:

IBIS: Frontiere indigene della Civiltà

Mondadori: Frontiere indigene della Civiltà

Amazon: Frontiere indigene della Civiltà

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