La Bella Scuola Possibile

di Chiara Carletti

Scuola_01È iniziato un nuovo anno scolastico e il dibattito sulla cosiddetta “Buona Scuola” del Governo Renzi ha riacceso gli animi di molti insegnanti e dirigenti scolastici, da Nord a Sud. Non entrerò nel merito della questione, ma analizzerò alcuni elementi dai quali, a mio parere, la scuola di oggi dovrebbe partire per divenire il primo e principale motore di cambiamento, benessere e sviluppo sociale. Mi riferisco, nello specifico, alla memoria, all’identità/diversità e alla lettura del paesaggio.

Fare il maestro è un po’ come essere genitore: è un mestiere che si impara facendo, come ha ben espresso Fiorenzo Alfieri, autore di un famoso libro del 1974 intitolato proprio “Il mestiere del maestro”. La parola “mestiere” rende perfettamente l’idea di ciò che un insegnante dovrebbe fare. Immaginiamolo come un maestro di bottega, una sorta di artigiano curioso (e non geloso), capace di ridare valore e lustro alla “didattica del fare”, ovvero quel tipo di didattica laboratoriale, agita, cooperativa, inclusiva e interculturale, che lascia spazio alla manualità, al pensiero creativo e divergente. Una didattica in cui i bambini e i ragazzi sono i principali protagonisti del processo di apprendimento e dove tutti i talenti, i linguaggi (verbali e non verbali) e le intelligenze (Gardner, 2010) vengono valorizzati. “Mente, cuore e mani”, le tre parole d’ordine di Pestalozzi, lavorano in sinergia, contribuendo allo sviluppo di una personalità armonica, proattiva e curiosa, che farà di questi bambini dei cittadini consapevoli e artefici del proprio progetto di vita.

La scuola di oggi e, soprattutto, quella di domani dovrebbero fondarsi su un elemento imprescindibile: la memoria. L’identità di un gruppo per sussistere e mantenersi viva ha infatti bisogno del supporto di quest’ultima, intesa come un processo di selezione nel quale gli individui coinvolti decidono di preservare alcuni elementi – condivisi e caricati poi di un significato simbolico – e di eliminarne degli altri, perché ritenuti irrilevanti ai fini del discorso e della rappresentazione che il gruppo vuole dare di sé stesso. Solo attraverso il recupero della propria memoria sociale è possibile negoziare una nuova identità che non escluda il passato, ma che – allo stesso tempo – sia aperta al futuro. Applicato all’universo scolastico, il concetto di “memoria” indica una fucina di buone pratiche didattiche e di segni sul territorio che conferiscono alla scuola italiana un’identità. Senza scendere su posizioni – per certi versi – più radicali, per cui l’identità sarebbe un’invenzione culturale, con questo concetto intendo semplicemente qualcosa di plurale, dinamico, permeabile, fluido e relazionale. Parlare di identità significa essere predisposti al dialogo, al confronto, all’incontro con l’altro e, pertanto, si presuppone un certo grado di apertura al cambiamento. A maggior ragione questo vale nel campo dell’educazione. Le identità sono delle costruzioni, frutto di compromessi, rinunce, scelte e negoziazioni continue che coinvolgono l’intera esistenza di un individuo o di un gruppo sociale. Occorre abbattere il muro delle appartenenze e capire che ciascuno di noi definisce sé stesso attraverso l’altro. Identità e diversità sono dunque complementari, non può esistere l’una senza l’altra, e la scuola dovrebbe insegnare proprio questo: il rispetto e la valorizzazione delle differenze.

Ci sarebbe però una riflessione da fare a monte e riguarda, nello specifico, la nostra epoca: parlare di identità nell’era del digitale diviene quasi un paradosso. La nostra si caratterizza per l’essere l’epoca della comunicazione istantanea, dove – banalizzando – tutto si riduce a un “mi piace”, quindi a un consenso immediato e positivo. L’accelerazione del passaggio delle informazioni produce o, illude, di produrre trasparenza e questa, a sua volta, genera fiducia. In quest’ottica tutto ciò che appare “diverso” e di cui non riusciamo a coglierne immediatamente l’utilità, viene percepito come qualcosa che rallenta il flusso e il ritmo della comunicazione, quindi come un ostacolo che si frappone tra noi e loro. In altre parole, la comunicazione digitale esautorando il dubbio, impedisce – di fatto – la riflessione. Se è dunque vero che la scuola di oggi non può prescindere dalle tecnologie digitali e multimediali, perché il rischio è quello di creare uno scollamento tra la vita che si svolge in aula e quella che invece avviene fuori dalla classe, è altresì vero che il nostro dovere non è solo quello di educare le future generazioni a utilizzare al meglio le nuove tecnologie, ma compito dei docenti e, insieme, dei genitori è proprio quello di insegnare ai propri alunni e figli il valore e la cura del tempo, in particolare dare la giusta importanza a quello scolastico che dovrebbe essere a tempo pieno e uguale per tutti. Solo questo garantirà ai bambini e alle bambine la possibilità di svolgere attività laboratoriali che altrimenti sarebbe difficile proporre. Il tempo pieno, inoltre, offre l’opportunità di godere di tempi non programmati, lasciando ai bambini il diritto di annoiarsi e, di conseguenza, la facoltà di inventare e re-inventare le modalità in base alle quali impiegare quel tempo, secondo una dimensione, per così dire, più dilatata che lascia spazio all’immaginazione e favorisce lo sviluppo della loro capacità riflessiva. I bambini potranno così potenziare il cosiddetto “pensiero divergente” (Guilford, 1967) e critico, ovvero quell’abilità di sviluppare soluzioni alternative rispetto a un determinato problema. Questo presuppone la capacità di fuggire dai consueti schemi di pensiero utilizzati quotidianamente, preferendo soluzioni inconsuete, ma altrettanto efficaci. È evidente dunque come questo tipo di pensiero da una parte presupponga una certa riflessione, dall’altro favorisca l’apertura verso l’esterno e la diversità.

Poiché l’identità emerge dall’intreccio tra due differenti componenti: quella individuale ed emotiva da una parte e quella storico-sociale e territoriale dall’altra, strettamente legato ai concetti di identità e tempo scolastico, abbiamo quello di territorio. Più precisamente qui vorrei parlare di “lettura del paesaggio” e “cultura del territorio”, quest’ultimo inteso come il terzo elemento di cui una buona riforma della scuola dovrebbe tenere conto, in quanto risorsa fondamentale per l’apprendimento. Educando i bambini al proprio territorio, si valorizza il contesto in cui  vivono, si fa scuola al di fuori di essa. Torniamo così alla “didattica del fare” dalla quale siamo partiti, all’idea che possiamo proporre un uso didattico del territorio, leggere il paesaggio naturale, ma perlopiù quello urbano e antropizzato, come se fosse un libro di cui è necessario decifrarne i segni, le tracce nascoste, ma anche quelle più evidenti – colline, montagne, coste, terrazzamenti e ogni tipo di intervento fatto dall’uomo. Se la storia di una comunità o di un gruppo è scritta anche nei segni che il territorio porta con sé, decifrare quei segni ci consente di capire quanto in realtà non esistano popoli ancorati a uno specifico territorio, ma è vero il contrario: esistono territori che recano i segni del passaggio di tanti popoli.

Il paesaggio è infatti una sintesi perfetta di spazio e tempo, oltre a essere per sua stessa natura un oggetto multidisciplinare e multimediale da osservare e comprendere, al quale si può attingere praticamente a costo zero. Comprenderlo significa chiamare in causa differenti linguaggi e ambiti disciplinari, il che favorisce la valorizzazione di tutti i talenti. Nessuno escluso.

Memoria, identità e lettura del territorio, insieme a una didattica del fare che dia valore al tempo, sono gli elementi che – se usati opportunamente – possono fare della scuola una comunità educante e accogliente, ma anche divertente, aperta all’esterno e motore essa stessa di cambiamento e benessere.

Non spetta a me dire se questa “Buona Scuola” sia davvero tale, certamente se ci fosse una riforma della scuola che tenesse conto di questi elementi affrontati sopra, quantomeno una “Bella Scuola” sarebbe possibile.

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